Politica

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La crisi di governo in 5 step

La crisi di governo in 5 step

di Silvia Semonella Questa estate italiana 2019 è stata particolarmente calda, non solo in quanto a temperature ma anche dal punto di vista politico: la…

Appunti per una politica culturale in Campania

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E’ importante che si sia aperta una discussione pubblica sulle politiche e sul finanziamento della cultura in Campania. In tempi di crisi economica la prima questione diventa inevitabilmente l’uso appropriato delle risorse pubbliche per l’industria culturale (con i suoi riflessi su quella del turismo e sugli altri settori produttivi). Su un punto mi sembra si registri una certa unanimità di giudizio: negli ultimi anni, insieme ad alcune importanti e lungimiranti operazioni come il restauro del San Carlo o l’istituzione della Film Commission, si è affermata un’idea quantomeno discutibile degli investimenti pubblici per la cultura; un’idea che ha portato Regione, Comuni e Province a ben note aberrazioni come quella di finanziare con fondi strutturali europei sagre e spettacoli di piazza. Come operatrice sociale e culturale assillata dall’imperativo di investire tutto sulle persone e sui processi, sono la prima a sostenere che i tagli in questo caso sono benvenuti.

Parlo del mio settore. Com’è possibile che in una Regione con una storia come la nostra, con le intelligenze e i talenti che vanta, non si sia creata una grande scuola pubblica per il cinema e il teatro, dove i nostri grandi maestri possono dialogare con le nuove generazioni, dove anche chi non ha alle spalle risorse familiari può emergere? Come si spiega che non si è mai istituita la cineteca regionale di cui si parla da anni; che non è stata approvata una legge sul cinema per il sostegno stabile alla produzione e alla promozione della cultura cinematografica?

A Napoli il Comune costa il triplo che a Milano

A parole, Rosa Russo Iervolino ultimamente è severa con se stessa: «Fossi una cittadina napoletana non mi voterei», ha annunciato il sindaco di Napoli giorni fa, dalla tribuna di Novella 2000. Ma quando si tratta di soldi pubblici, il suo Comune è di gran lunga il più generoso d’Italia. Solo per far funzionare gli uffici dell’amministrazione locale, nel 2007 ha speso la bellezza di 525,9 milioni di euro. Esattamente 539,3 euro per ogni cittadino. Record nazionale, rivela l’ultima indagine sul bilancio dei Comuni pubblicata ieri dal Sole 24 Ore. Già in testa alla classifica per numero di assessori indagati, appalti sospetti e discariche fai-da-te a ogni angolo di strada, il capoluogo campano si deve accontentare del dodicesimo posto in Italia alla voce «spese per organi istituzionali». Detto in soldoni: sindaco, giunta e consiglio comunale costano ai cittadini 56 milioni (abbondanti) di euro l’anno, quasi 60 euro pro capite. Più o meno il triplo di quanto costa la politica ai milanesi: 27,3 milioni di euro in tutto, 20,9 per ogni residente. Sulla qualità delle scelte dell’amministrazione napoletana, prima o poi, decideranno gli elettori. Intanto, sul fronte della quantità, il Comune si gode un altro primato: è qui il consiglio comunale meno produttivo tra tutte le grandi città, con solo 55 delibere approvate, contro le 74 di Milano, le 142 di Torino e le 312 di Roma. Quanto costa agli italiani la burocrazia gestita dai comuni? Tra segreteria e gestione del personale, ragioneria ed economato, ufficio tributi, anagrafe e uffici tecnici se ne vanno in media 300 euro all’anno per ogni abitante. Le differenze tra città e città però sono enormi. Se a Napoli si supera abbondantemente quota 500 euro, a Enna, Firenze, Caserta, Alessandria e Palermo si sforano comunque i quattrocento. La diversa «attenzione» degli amministratori nella gestione del denaro pubblico, evidentemente, non si spiega con la solita distinzione tra Nord e Sud. Così, tra i Comuni più virtuosi ci sono Brindisi (appena 130,4 euro pro capite) e Pavia (182,5), Bari (151,7) e Prato (151,7). Come dire che per risparmiare un po’ di soldi nella gestione corrente degli uffici, in fondo, basta volerlo.
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