Enrico Caruso, la vita travagliata del tenore napoletano per eccellenza

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La vita mi procura molte sofferenze.

Quelli che non hanno mai provato niente, non possono cantare“.

A proferire queste parole è stato il tenore per eccellenza, non solo partenopeo ma a livello internazionale: Enrico Caruso.

Vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento (1873-1921), l’artista ha, in effetti, avuto una vita piuttosto travagliata, con origini umilissime e segnate da eventi che gli avrebbero dato sofferenze infinite.

Gli esordi

Caruso nacque nel quartiere di San Carlo all’Arena da Marcellino Caruso, operaio metalmeccanico, e Anna Baldini, donna delle pulizie; entrambi i genitori erano originari di Piedimonte d’Alife (odierno Piedimonte Matese).

A soli 10 anni, quello che sembrava un ragazzino come tanti venne mandato a lavorare in fonderia con il padre ma, sotto insistenza della madre, si iscrisse ad una scuola serale e cominciò ad interessarsi all’arte, inizialmente al disegno.

Frequentò anche dei maestri di musica, avvicinandosi al canto cominciandone a studiare le nozioni fondamentali e a partecipare ai cori in chiesa; fece persino qualche piccola comparsa in teatro finché, nel 1888, la madre morì per tubercolosi e il piccolo Enrico si ritrovò anche una nuova donna in casa poiché il padre si risposò dopo pochissimo.

Nel frattempo, la voce del ragazzo diventava più imponente, tanto da venir notata ad un funerale dal baritono Eduardo Missiano che gli procurò delle lezioni presso il  maestro Guglielmo Vergine, assicurandosi anche il 25% dei guadagni per 5 anni. L’artista, dopo un rifiuto, debuttò nel 1894 con una paga di 80 lire per 4 rappresentazioni (oltretutto ridotta per poca affluenza). Ma da lì tutto il suo mondo sarebbe cambiato.

Gli incontri importanti

C’è un incontro che, più di altri, ha rivoluzionato la vita di Caruso: quello con il direttore d’orchestra Vincenzo Lombardi, che gli propose di partecipare ad un’intera stagione estiva a Livorno, occasione in cui conobbe una donna sposata e madre di un bimbo, il soprano Ada Botti Giachetti, con cui ebbe una relazione di ben 11 anni da cui nacquero due figli.

La storia, però, finì addirittura in tribunale con una condanna per la donna che non solo lo aveva lasciato, ma era scappata con il loro autista che aveva oltretutto tentato di estorcergli del denaro. Da questa esperienza sarebbe nata “Core ‘ngrato” che Caruso avrebbe inciso nel 1909 insieme ad un’altra ventina di canzoni, pioniere nell’utilizzo di quella che, all’epoca, era una nuova tecnologia che gli valse anche il primato come artista da più di un milione di dischi venduti.

Ma le delusioni non erano finite.

Nei primissimi anni del Novecento, infatti, dopo aver cominciato lunghe tournée in Italia e in Europa e, contestualmente, guadagnato fama e onori a sufficienza per moltiplicare all’ennesima potenza il suo cachet, sembra che sia stato criticato dai suoi stessi concittadini proprio al Teatro San Carlo di Napoli a causa di una performance viziata da un po’ di insicurezza: l’avrebbe presa così male che avrebbe deciso di non cantare più né nella sua città né in tutta Italia.

In realtà, c’è chi dice che questo racconto sia solo una leggenda che si è tramandata negli anni, ma la verità è che davvero per Caruso, in quel periodo, cominciò un momento di successi oltreoceano (in America), tanto che lì trovò non solo diversi impieghi e progetti a cui partecipare, ma anche moglie!

Dopo essere stato operato per una laringite ipertrofica, infatti, l’artista sposò, nel 1918, una ragazza americana di buona famiglia, Dorothy Benjamin, che gli dette una figlia.

A soli 47 anni, però, dopo una lunga tournée in America, la sua salute cominciò a peggiorare e non gli lasciò scampo.

C’è chi parla di una conseguenza della sua operazione precedente, chi di un incidente avvenuto in teatro a causa del crollo di una scenografia che lo colpì sul fianco, chi di una emorragia alla gola che, in effetti, lo costrinse a sospendere un’esibizione dopo il primo atto, ma la sua ultima apparizione risale alla Vigilia di Natale di quell’anno.

Nel giorno del Natale contestava già dolori così acuti che erano impossibili da sopportare: da lì, la diagnosi di pleurite infetta, una nuova operazione nel giorno prima di Capodanno e una lunga convalescenza a Sorrento che, ai giorni nostri, avrebbe ispirato anche Lucio Dalla per la sua “Caruso”.

In Penisola Sorrentina venne anche raggiunto dal medico – poi santo – Giuseppe Moscati, ma era già troppo tardi: il tenore di Napoli per eccellenza morì nella sua città, dove venne trasferito nei suoi ultimi giorni, il 2 Agosto 1921, alla presenza dalla moglie e dagli affetti più cari. Aveva solo 48 anni.

Riposa proprio nella sua amata e odiata Napoli, in una cappella privata nel cimitero di Santa Maria del Pianto, poco distante dalla tomba di un altro grande napoletano: il mitico Totò.

E a chi dice che fosse una personalità troppo “piena di sé”, capace di chiedere cifre esorbitanti per le sue esibizioni, va ricordato che si tratta della stessa persona che cantò gratis per gli emigranti, in America, e per beneficenza durante la guerra.

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