Napoli una città di inciuci.
Diceria, pettegolezzo, gossip, voce di corridoio: tutte espressioni ascrivibili all’immortale sottocategoria dell’Informazione nota ai più come INCIUCIO. Sottocategoria che in tempi di digitalizzazione delle forme e semplificazione dei contenuti (problema di noi moderni) aspira ad imporsi come odierna piattaforma di comunicazione. Se ne è accorto D’Agostino che sul portale www.dagospia.com anticipa ormai da dieci anni i tunnel “gossippari” su cui si erigono i castelli della politica e dell’attualità in genere. Se poi il mondo dell’informazione accoglie al suo interno atteggiamenti e personalità di dubbia professionalità (i tg che mettono in seconda l’odissea del gatto incapace di scendere dall’albero), ecco che l’inciucio, femminea arte della comunicazione top secret, s’inorgoglisce al punto da scendere in campo per sostenere o per confutare i precari equilibri di informatori e disinformatori.
Informazione o disinformazione? A quale credere? A quale cedere? Quello che si può affermare con certezza è che la natura disimpegnata, superficiale e banale dell’inciucio investe i due interlocutori affacciati ai balconi del vicolo, diminuisce le già brevi distanze e compone un senso autentico di comunità. Sostituisce (a volte) l’intrattenimento televisivo e, anzi, lo combatte, se ne impossessa e lo “corrompe” dal di dentro. Viene in mente la sfilza di canali privati, che nell’hinterland partenopeo danno voce ai tormenti delle sfegatate fans di avvenenti Elvis metropolitani con brillantino sull’orecchio e ugola neo-melodicamente tremolante dalla nota più grave a quella più acuta. Laggiù l’inciucio è Comunicazione avulsa da strategie alienanti, lo spettatore non subisce mai l’evento, ma anzi si confronta con esso e in esso si realizza: Elvis verrà a sapere che Nunzia era triste perché Enzo l’ha lasciata e che la sua canzone le tiene compagnia. Oppure la malcapitata donna infedele che, sebbene interessata a previsioni su affari economici e lavorativi, incappa nell’aspra polemica del più moralista dei chiromanti che non esita ad infliggerle la punizione mediatica a suon di insulti ed ingiurie non replicabili in questa sede.
Forse è questa la moderna mise della comunicazione di inciucio. Si tratta di linguaggio e come tale è difficile costringerla in un’ univoca definizione che perduri invariata nel tempo. Però a ripensarci, a proposito di inciucio, qualcosa viene alla mente: lasciamolo spiegare alla baronessa Clotilde, protagonista di “Ferdinando”, pièce del compianto Annibale Ruccello:
- “…don Catellino nun sape che ‘o ‘nciucio, il pettegolezzo, è una delle poche cose che riesce a te fa campà, a te fa ciatà (respirare), a te fa piglià interesse per una vita accussì brutta, e accussì amara.
- Il pettegolezzo, baronessa, è una delle armi preferite da satana!
- E dalla chiesa…de’ prievete, de’ ‘mmonache, de’ vescovi, degli arcivescovi, cardinali e monsignori. Ma se voi ne avete fatto addirittura ‘nu sacramento. Eh! Don Catellì ma vuje me sapisseve dicere che è ‘a Cunfessione, se non nu’ NCIUCIO a tre? ‘O cunfessore, ‘o peccatore, e dio!”