Napoli Teatro Festival Italia 2009

aprile 16th, 2009 by lacapera

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La seconda edizione del Napoli Teatro Festival Italia si terrà dal 4 al 28 giugno 2009 e presenterà collaborazioni e coproduzioni internazionali, nuove creazioni, testi originali commissionati ad autori italiani e stranieri.
Il Festival ha progettato e produce direttamente più di 20 nuove creazioni internazionali, in cui artisti italiani lavoreranno insieme ad artisti di altri paesi, costituendo compagnie partecipate da teatri e festival di tutto il mondo dalla Germania alla Spagna, dalla Gran Bretagna alla Francia, dal Portogallo all’Argentina, a Singapore e Stati Uniti. 
Dei 40 spettacoli in programma, più della metà sono quindi prodotti o coprodotti, 28 saranno i testi originali, fra cui una parte commissionati, presentati durante la seconda edizione del Festival.
Oltre 250 le rappresentazioni previste in 33 diversi spazi (teatri, palazzi e luoghi storici della città). Sulle scene si parleranno 12 lingue, 2500 saranno gli artisti protagonisti.

Il Napoli Teatro Festival Italia ha preso il via già nei giorni scorsi. A Berlino ha inaugurato il progetto Working for Paradise che proseguirà a Napoli in giugno. Il laboratorio teatrale è curato dal regista Matthias Langhoff ed è rivolto ad attori e registi italiani e tedeschi. E ancora, prima di giugno, nel mese di aprile andrà in scena al Traverse Theatre di Edimburgo Interiors, spettacolo diretto da Matthew Lenton ispirato a L’Intérieur di Maurice Maeterlinck,  una coproduzione del Napoli Teatro Festival Italia che vedrà protagonista un cast di attori italiani e inglesi. Uno spettacolo pensato durante la prima edizione del Napoli Teatro Festival nel corso di un laboratorio realizzato da Lenton con lo scrittore Manlio Santanelli. Lo spettacolo dopo Edimburgo, debutterà al Lyric Hammersmith di Londra, al Tron Theatre di Glasgow e poi arriverà a Napoli.
E inoltre, in maggio, a Singapore debutterà lo spettacolo Le città visibili, di Chay Yew, regia di Giorgio Barberio Corsetti, una coproduzione del Napoli Teatro Festival Italia con il Singapore Arts Festival. Ispirato a Le città invisibili di Italo Calvino, lo spettacolo è con artisti italiani e orientali e sarà allestito attraverso vari linguaggi della scena, dalla danza alle maschere.

Il Napoli Teatro Festival Italia prosegue su questo cammino che lo porta a dialogare, a confrontarsi e a collaborare con le maggiori capitali europee del teatro e con i più importanti  Festival del mondo, offrendo un originale modello di impresa culturale.

Con il progetto Archivio Digitale del Teatro Contemporaneo, si propone di realizzare un centro di documentazione digitale di interesse nazionale e internazionale per lo studio dell’attività teatrale degli ultimi trent’anni. Con “Intrapresa” ha varato un progetto pilota di sostegno allo sviluppo di imprese culturali  che intende fornire un orientamento all’auto-imprenditorialità delle esperienze artistiche e produttive attive nel Sud Italia. Con l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, nell’ambito della seconda edizione della Euro Mediterranean Summer School promossa dalla Emuni University, organizza la Summer School “Tradition and New Creativity in the Performing Arts”, un progetto di specializzazione professionale teatrale che si realizzerà a Napoli nel mese di giugno 2009 e che vedrà i 15 partecipanti provenienti da Italia, Israele e Palestina.

Infine il Napoli Teatro Festival Italia è il primo Festival italiano eco-sostenibile. Ha già ottenuto la certificazione ISO 14001 ed è in attesa della dichiarazione ambientale da parte del Comitato per l’Ecoplabel e per l’Ecoaudit del Ministero dell’Ambiente. Oltre a questo, il Festival si è dato rigorose regole di compatibilità ambientale che prevedono il coinvolgimento di fornitori e partner che devono avere “comportamenti sostenibili”. Contemporaneamente anche alle compagnie teatrali e al pubblico viene richiesta una condotta attenta alla difesa dell’ambiente.

Postato in Blog, Eventi, Napoli

One Response

  1. achille della ragione

    Essere scrittore a Napoli dopo Gomorra
    Il crepuscolo delle coscienze

    Napoli è stata per secoli una capitale europea, alla pari di Londra e di Parigi, con il vantaggio di essere posta sul Mediterraneo, una posizione centrale favorevole per gli scambi non solo commerciali, ma anche culturali; a differenza delle altre grandi città non ha però avuto celebri scrittori della statura di Balzac o Hugo o Dickens, che ne abbiano saputo raccontare la storia e le storie. Pochi i nomi che potremmo citare, come Mastriani o la Serao, ma parliamo sempre di narratori d’appendice che scrivevano in dialetto o si interessavano di problematiche prive di un respiro universale.
    Il motivo di questa carenza va ricercato, oltre che nel carattere autoreferenziale che ha sempre caratterizzato la nostra cultura, nella circostanza, comune a tutte le società povere e con molti analfabeti, di utilizzare come principale forma espressiva il teatro e la musica popolare con le sue canzoni struggenti e malinconiche, vivaci ed appassionate.
    Il cuore palpitante di Napoli ha trovato degni interpreti in Viviani, attento ai bisogni del sottoproletariato, che affollava i vicoli brulicanti di passioni e di umanità ed in Eduardo acuto osservatore della piccola borghesia con i suoi pregi ed i suoi difetti.
    Tra gli scrittori del secolo scorso in grado di portare le vicende napoletane, per quanto squallide, all’attenzione di una platea internazionale, vi è il solo Curzio Malaparte, oggi in parte dimenticato, ma all’epoca in grado di incendiare il dibattito sulla città.
    Dopo il successo planetario di Gomorra la letteratura napoletana, già povera di firme prestigiose, ha inseguito un solo tema: la camorra, con la segreta speranza, fomentata dagli stessi editori, di sfruttare l’effetto Saviano.
    Abbiamo avuto un diluvio di pubblicazioni, tutte brutte copie dell’originale, dal libro della giornalista Capacchione a quello del pluriscortato giudice Cantone, oltre ai testi di Simone Di Meo, che rivendica alla sua penna di cronista interi brani di Gomorra.
    Il risultato è stato un aumento di prestigio dei clan, dotati ora di una celebrità gratuita legata a libri, film e spettacoli teatrali.
    Napoli ha un disperato bisogno di autori che sappiano raccontare una società in trasformazione dopo essere stata immobile per secoli, al punto da far pronunciare a Pasolini la celebre frase che “I Napoletani sono l’ultima tribù che lotta contro la modernità”.
    Nessuno ha saputo raccontare le immense periferie, che sono cresciute come funghi e palpitano di mestieri e di piccoli commerci, di amori impossibili e di sogni infranti, di dolore e di ansia di vivere; nessuno ha saputo raccogliere e fare suo il grido di dolore che proviene dalla Napoli vera, che non compare mai sui giornali: quella dei disoccupati cronici, dei giovani senza futuro, dei pensionati alla fame, dei commercianti strangolati dal pizzo, dei lavoratori al nero per 500 euro al mese, la folla degli onesti costretti in un angolo dalla prepotenza dei vincitori; nessuno si interessa a far conoscere le antiche chiese cadere in rovina, gli abusi edilizi ubiquitari, l’esercizio spietato della prevaricazione dei burocrati come regola di vita.
    Nessuna voce, né indigena né aliena, ha saputo captare quel coacervo di suoni, odori, sapori, sensazioni che promana potente come un afrore inebriante dai tanti immigrati, di colore o meno, che a decine di migliaia hanno sostituito i napoletani nel centro storico.
    Aspettiamo ancora quell’intellettuale il quale, invece di limitarsi a descrivere, sappia spiegarci il perché in tanti quartieri della città vi sia un odio verso le forze dell’ordine, verso lo Stato e verso la legge, visti come carnefici, come persecutori, come custodi di norme incomprensibili. Come in così vasti settori della popolazione vi sia un’idea di aggregazione limitata a pochi isolati, a poche famiglie e non si riconoscano regole che non siano quelle dettate da secoli di ignoranza e di incuria pubblica e dove si perpetuano usanze tribali, portando inesorabilmente verso il degrado, la povertà e la subordinazione alla malavita, che a sua volta considera la polizia come un esercito straniero e le vittime degli scontri caduti in guerra.
    Negli ultimi decenni la città si è dilatata in una periferia anonima, un mondo grigio di palazzi tutti eguali, abitati da centinaia di migliaia di persone che non si conosco più come nel vicolo, un popolo senza memoria storica e senza un ragionevole progetto per il futuro, costretto a vivere, purtroppo, in un interminabile e soffocante presente.
    Un universo che somiglia a tante periferie del sud del mondo con le stesse ansie e gli stessi problemi, ma che a Napoli non poteva non avere il suo lato comico nello stridente contrasto tra il nome altisonante di alcune strade e lo squallore che le circonda, indirizzi beffardi a Secondigliano per abitanti costretti a vivere gomito a gomito con la criminalità organizzata. La più grande piazza per lo spaccio della droga d’Europa che confina con Il posto delle fragole o Il giardino dei ciliegi, mentre le vedette della camorra si stagliano prepotenti in via La certosa di Parma o I racconti di Pietroburgo. A Ponticelli, altro Bronx invivibile, si passeggia in strade desolate che richiamano un lontanissimo mondo di favola da via Walt Disney a via Marilyn Monroe o viale Fratelli Grimm. Come se i nostri incauti amministratori avessero voluto affidare ad un’improbabile toponomastica il compito improbo di rendere quei luoghi inospitali, vivibili e civili.
    Ed infine in questo disperato crepuscolo delle coscienze attendiamo un valido cantore di una borghesia malata e collusa e dell’intreccio inestricabile tra imprenditori voraci e politici corrotti, mentre magistratura ed opinione pubblica non si accorgono di nulla.
    Achille della Ragione

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